Home 5 Rassegna Stampa 5 Lo smart working aumenta la qualità della vita e le aziende devono favorirlo

Lo smart working aumenta la qualità della vita e le aziende devono favorirlo

Dalle risposte a un sondaggio sul ritorno in ufficio promosso dal New York Times è emerso che, oltre all' oramai consolidato timore di contrarre il virus, i motivi che spingono le persone negli Usa a preferire il lavoro da casa sono molteplici
Dalle risposte a un sondaggio sul ritorno in ufficio promosso dal New York Times è emerso che, oltre all' oramai consolidato timore di contrarre il virus, i motivi che spingono le persone negli Usa a preferire il lavoro da casa sono molteplici

Dalle risposte a un sondaggio sul ritorno in ufficio promosso dal New York Times è emerso che, oltre all’ oramai consolidato timore di contrarre il virus, i motivi che spingono le persone negli Usa a preferire il lavoro da casa sono molteplici, personalissimi e per questo non trascurabili. Vanno dalla possibilità di godere maggiormente della luce del sole a quella di stare più comodi in un abbigliamento informale alla libertà di decidere le condizioni ambientali del proprio spazio di lavoro come la temperatura o l’ illuminazione. Passano anche per la maggiore quantità e qualità del tempo impiegato con i propri affetti, figli, famiglia, animali domestici, e con le proprie passioni, lettura, sport, attività fisica. E infine di poter mantenere private, dunque non condivise con la cerchia dei colleghi, tutte quelle emozioni negative derivanti da giornate o periodi difficili o angoscianti o estenuanti.Andando oltre una prima lettura superficiale che potrebbe indurre a banalizzare queste ragioni, la qual cosa non ci permetterebbe di cogliere la portata della rivoluzione in corso, ci accorgiamo che sino a ora il mondo del lavoro è stato edificato equalizzando tutte queste istanze soggettive che adesso invece emergono e delineano il perimetro di ciò che singolarmente definiamo “qualità” nella nostra vita. E, come possiamo bene immaginare, un processo di equalizzazione non fa altro che uniformare il sistema in modo che sia centrato per tutti i componenti, a detrimento di ciò che si trova negli opposti e nelle periferie. Da qui la persistente sensazione di vivere e lavorare in spazi costruiti a misura di altri, ai quali tuttavia occorre adeguarsi.L’ esempio semplice raccontato dal quotidiano statunitense è quello della temperatura. La maggior parte dei termostati istallati negli uffici, secondo uno studio uscito sulla rivista scientifica Nature Climate Change, è basato su un modello sviluppato negli anni Sessanta su fattori che tengono conto del tasso metabolico a riposo di un uomo di quarant’ anni che pesa settanta chili. Questo vuol dire che per tutti gli altri abitanti di quegli spazi lavorativi che non siano uomini di quarant’ anni di settanta chili, la temperatura ambientale è inadeguata. Dunque, guardando oltre il mero dato dell’ incapacità di fornire luoghi di lavoro che soddisfino i bisogni delle singole persone, quel che si sta facendo strada è una crisi più profonda che tocca l’ intera cultura del posto di lavoro.Mentre negli Stati Uniti le presenze in ufficio nel marzo scorso hanno raggiunto il 38% grazie anche all’ attitudine di grandi aziende American Express o Meta o Microsoft che stanno facendo rientrare i dipendenti, in Italia si propende per il lavoro ibrido. Secondo l’ indagine a cura del centro ricerche dell’ Associazione Italiana per le Direzione del Personale, l’ 88% delle aziende continuerà in modalità smart working per uno o più giorni la settimana anche dopo i1 30 giugno, quando si concluderà la fase del lavoro in emergenza.Un dato che emerge da questa indagine, tuttavia racconta un fronte compatto di imprese italiane che oppongono ancora resistenza alle nuove esigenze delle persone di vivere e lavorare all’ insegne del benessere individuale e della sostenibilità in senso assoluto. Tant’ è che, nonostante il 58% di queste aziende confessi di incontrare difficoltà nel trattenere i dipendenti o di assumerne di nuovi senza garantire loro la possibilità di smart working, solo meno del 15% di esse è disposta a consentire ai lavoratori che sono tornati a vivere in altre regioni, di continuare a lavorare da remoto. Il 58% ha già scelto di non permetterlo e il 28% ci sta ancora riflettendo.Non mi stancherò mai di dire che è proprio il mondo del business quello che da anni è chiamato a riempire nuovamente di significato reale parole come progresso e sviluppo. Quello che ha obbligo e dovere di ripensare i numeri e le modalità con cui si misura il benessere oltre che di coniare nuovi parametri e misure che siano all’ altezza delle nostre vite. Perché è proprio l’ istanza di ottenere una maggiore qualità soggettiva delle nostre vite che stiamo iniziando a considerare, grazie anche allo slancio proveniente dalla fascia dei più giovani (tra i 18 e i 35 anni) e dei giovani laureati. E che adesso viene valorizzata anche dal Pnrr, con i progetti sui borghi, che spingono il coworking.La prospettiva in Italia è dunque quella del lavoro ibrido che si divide tra la modalità in presenza e quella da remoto visto che il 38% delle aziende ha già accordato ai dipendenti di poter lavorare da remoto almeno 2 giorni a settimana e il 14% almeno 1 giorno a settimana. In misura minore si registrano anche altri casi dove le percentuali di presenze richieste vanno dai 5 ai 3 sino a un unico giorno di presenza al mese.Ma il dato che dà maggiore speranza è quel 75% di aziende che non intende attivare processi di controllo dei lavoratori da remoto. Certamente un segnale di come la fiducia stia diventando un fattore chiave sul quale costruire relazioni di lavoro, ma anche, e in taluni casi probabilmente con maggiori possibilità di successo, del fatto che siano proprio i manager e i responsabili HR a iniziare a mettersi in discussione rivedendo i propri modelli consolidati per ascoltare le esigenze delle singole persone che, come abbiamo detto e appurato, sono tutte differenti, peculiari e non omologabili. Esprimono tutte il bisogno di dare maggior peso al benessere individuale.

FONTE: https://www.linkiesta.it

Potrebbe interessarti anche