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La guerra mette a nudo le fragilità degli investimenti ESG

Gli investitori attenti alle questioni ambientali, sociali e di governance si trovano di fronte a nuovi interrogativi con il conflitto in Est-Europa. Le implicazioni non sono solo di breve periodo, ma hanno a che fare con la direzione che prenderà il mondo sempre più in ascesa degli investimenti ESG
Gli investitori attenti alle questioni ambientali, sociali e di governance si trovano di fronte a nuovi interrogativi con il conflitto in Est-Europa. Le implicazioni non sono solo di breve periodo, ma hanno a che fare con la direzione che prenderà il mondo sempre più in ascesa degli investimenti ESG

Quella in Ucraina è la prima guerra nell’ epoca degli investimenti ESG , ovvero quell’ approccio regolamentato per valutare le società che mettono in pratica prassi aziendali attente alle questioni ambientali, sociali e di governance. Il management di una società “old-school” aveva di solito un solo compito: massimizzare il valore della società per gli azionisti. Con l’ avvento dei parametri ESG, questo non è più vero: diversi azionisti, stakeholder, governi, etc., hanno opinioni diverse su ciò che è bene per l’ ambiente, la governance o (in particolare) la società . Iniziare nuove perforazioni petrolifere è utile in un momento di crisi energetica, ma sicuramente non è positivo per l’ ambiente. Acquistare nuovi armamenti può sembrare sensato dato l’ aumento del rischio di aggressione russa contro l’ Europa, ma difficilmente è considerato davvero ESG. Il conflitto in Ucraina ha aperto una discussione sull’ opportunità di rivedere le valutazioni ESG di alcuni settori, in particolare Difesa ed Energia , oltre a far emergere critiche per il fatto che fondi ESG investissero in società come Gazprom e Rosneft, o che comunque avessero una certa esposizione alla Russia. Per capire l’ impatto del conflitto sulle valutazioni ESG, “bisogna capire che valutazioni sono”, secondo Jacopo Schettini Gherardini , direttore dell’ Ufficio Ricerca di Standard Ethics. “Parte di queste valutazioni sono in realtà fatte da fondi e banche, o richieste dagli investitori direttamente – spiega – L’ impatto è quindi calcolato in base agli obiettivi di investimento dei committenti o di chi fa la valutazione. E quindi abbiamo delle scelte molto variegate, con una certa incoerenza o differenziazione nei tempi e nelle modalità”. Alcune realtà si sono già mosse. Appena un anno dopo che la banca svedese SEB aveva adottato una nuova politica di sostenibilità, che escludeva le azioni di chi ricava oltre il 5% delle proprie entrate dal settore della difesa dai suoi fondi, il gruppo ha fatto un dietrofront . Da oggi, 1° aprile, sei fondi potranno investire nel settore della difesa. SEB ha affermato di aver iniziato a rivedere la sua posizione a gennaio a seguito della “grave situazione della sicurezza e delle crescenti tensioni geopolitiche negli ultimi mesi”, culminate con l’ invasione russa dell’ Ucraina. Secondo Antonio Amendola , gestore di AcomeA SGR, “finora si è utilizzato un metro fin troppo severo e, per certi aspetti, miope nel cassare a monte tutto ciò che rientra nella difesa direttamente o indirettamente (molto spesso alcune case escludono anche titoli con esposizioni alla difesa per importi minimi di fatturato come il 5%)”. “Diverso è, invece, indagare a fondo nel business model delle società e nel modo in cui interpretano la sostenibilità – spiega – una strategia vincente e concreta in tema di sostenibilità va ad analizzare l’ azienda in dettaglio senza preconcetti, ma cercando di capire il come, il se e il perché della sostenibilità”. La pressione sul settore era evidente già da tempo. La società francese Thales ha visto dimezzare la quota di azioni detenute dagli investitori europei (al di fuori della Francia) dal 2016. Il CEO della tedesca Rheinmetall ha invece detto a gennaio che i partner finanziari di lunga data BayernLB e LBBW hanno deciso di smettere di fare affari con il costruttore di veicoli blindati. A testimonianza che la situazione sta avendo un’ accelerazione c’ è la decisione della Germania di sostenere le esportazioni di armi in Ucraina e il successivo investimento di 100 miliardi di euro per modernizzare le sue forze armate. Inoltre, recenti sondaggi in Finlandia e Svezia hanno mostrato per la prima volta una maggioranza a favore dell’ adesione alla Nato. Ciò potrebbe influenzare le scelte dei gestori, anche se c’ è chi dubita che arriveranno profondi cambiamenti. Prendendo come esempio un fondo d’ investimento che ha scelto di escludere il settore della difesa, Schettini Gherardini ipotizza che “chiaramente con la guerra potrebbe essere più attivo sul lato dell’ engagement , perché ci troviamo di fronte a una criticità maggiore. Però rimane alla base la definizione di come considerare gli investimenti ESG. La distinzione tra scelte di tipo etiche e scelte di sostenibilità è una differenziazione che noi facciamo, ma il mercato non fa . Ormai viene dichiarato come sostenibile un fondo che fa delle scelte di esclusione come nel settore della difesa. Sono scelte etiche e rispettabilissime, ma dubito che per l’ ONU, l’ OCSE o l’ UE siano sostenibili”. Un altro parametro degli investimenti ESG toccato dal conflitto in Ucraina è l’ orizzonte di investimento. “Questa situazione sta mettendo alla prova il sistema ESG, perché l’ idea di un investimento sostenibile presuppone uno sguardo di lungo periodo, mentre l’ emergenza della guerra sta facendo un po’ vacillare alcune posizioni sulla ragionevolezza di investimenti sui combustibili fossili o sul settore della difesa”, afferma Ugo Biggeri , presidente di Etica SGR. “La nostra idea è che se hai un piano sulla sostenibilità non sono le situazioni contingenti a farti cambiare questo piano, altrimenti la sostenibilità non arriverà mai “, aggiunge il presidente della società di gestione del risparmio che propone esclusivamente fondi comuni di investimento sostenibili e responsabili. Oltre all’ utilizzo di indici e valutazioni di sostenibilità, Etica SGR dialoga costantemente con il management ed esercita i diritti di voto nelle assemblee delle società in cui investono i suoi fondi per sollecitare le società ad una condotta più responsabile. Biggeri ritiene l’ attuale normativa in ambito ESG tutto sommato sodisfacente e chiara, anche se ci sono comunque dei margini di miglioramento: “Da un punto di vista regolamentare forse ci sarebbe bisogno di avere il coraggio di dire che certi investimenti vanno disincentivati, un “brown punishing factor” piuttosto che un “green supporting factor” . In altre parole, non abbiamo bisogno di incentivare la finanza sostenibile, perché ci stiamo arrivando da soli e le persone ci arriveranno sempre più, ma dobbiamo disincentivare la finanza che fa danno all’ ambiente e al sociale”. Un altro aspetto da considerare è che, nonostante l’ aumento delle masse investite in soluzioni ESG, manca ancora una vera comprensione di questo mondo, con la sostenibilità che viene percepita come una sorte di dovere e senza coglierne il potenziale di opportunità. “Gli investimenti ESG rientrano nella categoria più ampia degli investimenti socialmente responsabili (SRI) e questi rispondono ai principi che possono avere anche connotazioni morali: è sufficiente risalire alla nascita di questo tipo di investimento, che era legato anche a considerazioni di tipo religioso – afferma Monica Billio , professoressa di econometria all’ Università Ca’ Foscari di Venezia – Gli investimenti ESG hanno però una connotazione più spiccatamente finanziaria e in particolare riprendono il concetto di materialità delle dimensioni ESG, quindi di rischiosità delle stesse dimensioni che a differenza del passato ora non può più essere trascurata (e quindi non essere presa in carico in termini di potenziali impatti negativi/costi, ma anche di potenziali opportunità). È chiaro quindi che i gestori operano nell’ ottica di ridurre i rischi/costi legati a queste dimensioni “. Amendola, che gestisce il fondo AcomeA PMItalia ESG, evidenzia un altro aspetto problematico dei discorsi emersi dallo scoppio del conflitto: “Quando si parla di fondi ESG, spesso si fa riferimento ad investimenti in aziende con alti rating ESG. Questo per noi ha una duplice debolezza: veicolare i fondi verso aziende che hanno meno bisogno dell’ appoggio del mercato, perché molto spesso sono large cap con grandi budget e personale da mettere al servizio dell’ ESG , e posizionarsi tutti sugli stessi titoli. Questo approccio lascia fuori, in particolare in Italia, le aziende che necessitano maggiormente dell’ appoggio del mercato sia in termini di fondi che di supporti: le PMI”. Oltre che con l’ engagement diretto verso le società, i gestori di fondi ESG usano soprattutto le valutazioni ambientali, sociali e di governance fatte da società specializzate. In assenza di standard unici a livello globale, le agenzie che valutano la sostenibilità hanno però sviluppato le proprie definizioni ESG, determinando una significativa divergenza tra i rating ESG . Analizzando i rating ESG di Sustainalytics, RobecoSAM e Refinitiv per un campione di circa 400 aziende europee nel 2021, una ricerca di cui Billio è stata co-autrice ha mostrato che la correlazione tra questi rating è sostanzialmente bassa, con una correlazione media che va dal 46% tra Sustainalytics e Refinitiv, a 52% tra Refinitiv e RobecoSAM. Secondo la docente, “i rating pubblicati dalle diverse agenzie presentano disparità nel senso che possono valutare in modo diverso gli aspetti di materialità e dare peso differente alle tre componenti (E, S e G). Analizzandoli però in modo più approfondito risultano generalmente più orientati alla dimensione E e in tal senso l’ allineamento è più facile. Sarebbe quindi utile avere rating specifici per le diverse dimensioni per permettere scelte consapevoli agli investitori e avere maggiore attenzione a definizioni chiare per evitare fenomeni di greenwashing, che vanificherebbero il valore stesso degli investimenti ESG“.

FONTE: https://finanza.lastampa.it

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