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Istituzionali, oltre la metà investe Esg

Il 56% ha già adottato politiche di investimento sostenibile. Esclusioni al primo posto, seguono gli investimenti tematici. E per il futuro si guarda a rinnovabili ed healthcare
Il 56% ha già adottato politiche di investimento sostenibile. Esclusioni al primo posto, seguono gli investimenti tematici. E per il futuro si guarda a rinnovabili ed healthcare

Strategie sempre più attive, orientate soprattutto ad ambiente e rinnovabili, con un occhio di riguardo verso healthcare e silver economy. Gli investitori istituzionali si rivelano sempre più responsabili, tanto che oltre uno su due, il 56%, adotta già politiche di investimento sostenibile e l’ 81%, 38 su 47, di quanti ancora non lo fanno ne ha già discusso in cda o intende comunque includere in futuro strategie Esg. È la fotografia scattata dalla survey annuale curata dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, dalla quale emerge che l’ acquisto di prodotti Esg riguarda anche una parte di quegli investitori che ancora non aderisce formalmente alla finanza Sri. All’ indagine del Quaderno di Approfondimento 2022 ‘Esg e Sri, le politiche di investimento sostenibile degli investitori istituzionali italiani’ hanno partecipato 106 enti tra enti previdenziali, fondazioni di origine bancaria e comparto assicurativo, per un totale patrimoniale, al netto delle compagnie di assicurazione, di oltre 219 miliardi di euro, pari a circa l’ 83% dei patrimoni finanziari totali degli investitori previdenziali e fondazionali italiani. Aumenta la quota di investimenti Sri Ebbene, nonostante la percentuale di chi adotta politiche Sri resti invariata rispetto al 2021, pur a fronte del significativo aumento dei rispondenti, quello che risalta è una positiva e generalizzata attenzione nei confronti della sostenibilità. Cresce, ad esempio, il numero di investitori che applicano politiche di investimento Sri a percentuali consistenti del proprio patrimonio: il 42% si colloca nella fascia tra il 75% e il 100% del patrimonio (erano il 37% nel 2021); sale anche dal 14% al 21% la percentuale di ‘investitori sostenibili e responsabili’ che staziona nella fascia tra il 50% e il 75% del patrimonio. Un aumento a riprova del fatto che le strategie sostenibili non rispondono solo a un’ esigenza etica ma possono portare benefici anche in termini patrimoniali, come confermato al momento della valutazione dei risultati dal 18% di chi le adotta. Tra le ragioni, si conferman in prima linea la volontà di contribuire allo sviluppo sostenibile (86%) e le opportunità legate a una migliore gestione dei rischi finanziari (67%), che però perdono punti percentuali in favore del tema reputazionale (passato dal 38% del 2021 al 42% del 2022) e soprattutto della pressione del regolatore, quasi raddoppiata (dall’ 8% al 15%). «Un segno tangibile, quest’ ultimo, dell’ evoluzione normativa comunitaria, che ha imposto nell’ ultimo anno l’ adattamento degli investitori al nuovo contesto regolamentare», spiegano Niccolò De Rossi e Gianmaria Fragassi, curatori dell’ indagin, che sottolineano come il 49% dei rispondenti giudichi sufficiente le proprie conoscenze in materia di sostenibilità, il 37% la ritenga buona e il 7% addirittura ottima. Esclusioni al primo posto, seguono gli investimenti tematici Per quanto riguarda il modo in cui le politiche d’ investimento sostenibile vengono implementate, nonostante una riduzione rispetto al 2021, al primo posto si posizionano ancora le esclusioni (58%), seguite da investimenti tematici (38%) e impact investing (35%). Ancora piuttosto contenuto il ricorso all’ engagement, strategia che forse comporta difficoltà di attuazione o viene ritenuta meno efficace. Nel dettaglio, le esclusioni riguardano soprattutto prodotti collegati al mercato delle armi (87%), ma sono molti anche gli enti che hanno eliminato investimenti riconducibili a pornografia (72%) e lavoro minorile (62%). Ancora in coda la parità di genere (17%). Se sul versante delle convenzioni internazionali si conferma al primo posto il riferimento a Unpri con il 70% delle risposte, per quanto concerne la strategia best in class, l’ attenzione verso la tutela dell’ ambiente raccoglie le prime due posizioni grazie a riduzione delle emissioni (in forte crescita) ed efficientamento energetico, entrambi scelti come criteri positivi dall’ 83%. Segue il rispetto dei diritti umani (70%). Colpisce infine il forte incremento della qualità dell’ ambiente di lavoro (40%, contro il 29% del 2021), probabilmente influenzato dall’ impatto del Covid. ‘Non si può dunque ridurre tutto a una sola questione di ambiente o energia – puntualizzano De Rossi e Fragassi -. Se è vero che, nel caso di utilizzo di strategie che prevedono investimenti tematici, si conferma la forte predilezione per gli aspetti ambientali, lo è altrettanto che rispetto al 2021 cresce molto la sensibilità nei confronti della silver economy (37%), percentuale addirittura più che raddoppiata rispetto all’ anno precedente”. Mentre il social housing (76%) e i green bond (64%) sono tra gli ambiti preferiti nell’ alveo dell’ impact investing, cresce tra gli investitori che ricorrono all’ engagement l’ approccio di tipo soft, salito dal 57% del 2021 al 64% del 2022. Interessante comunque rimarcare l’ elevata percentuale registrata a questa domanda dalla risposta ‘altro’ (17%): sono infatti diversi gli enti che specificano come l’ attività di engagement non sia svolta direttamente ma per il tramite dei rispettivi gestori. Per il futuro si punta su rinnovabili ed healthcare Quanto al futuro, l’ indagine rimarca come il trend sia decisamente in ascesa: il 68% ha infatti intenzione di incrementare l’ investimento in strumenti sostenibili, sia spinti dalla pandemia (l’ 87%) sia dalla convinzione (41%) che la componente sostenibile aiuti a contrastare le turbolenze dei mercati in termini di mitigazione del rischio complessivo. Ad attirare l’ attenzione sono soprattutto gli investimenti tematici, che raccolgono il 58% delle preferenze, seguiti da esclusioni e impact investing. Per quanto riguarda invece i settori le energie rinnovabili (68%), l’ healthcare (45%) e, quasi a pari merito tra loro, tecnologia e infrastrutture sanitarie (38% e 36%). Segue con il 28% la silver economy. Quanto all’ impatto del regolamento 2019/2088 SFDR, giudicato come limitato dal 63% degli investitori, questo potrebbe tradursi, in prospettiva, in una maggiore propensione verso l’ acquisito diretto di fondi Esg. Al momento, il 39% degli istituzionali ha in portafoglio fondi che non rispondono né all’ Articolo 8 né all’ Articolo 9, a testimonianza del grande potenziale di crescita di quest’ ambito. ‘I fondi nazionali ed europei per la transizione ecologica e digitale, uniti agli investimenti dei player istituzionali orientanti alla finanza Sri potrebbero auspicabilmente rappresentare un’ efficace formula di ‘collaborazione pubblico-privato’ in grado di consentire il rilancio dell’ economia italiana nel prossimo decennio’, ha commentato in quest’ ottica il presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, Alberto Brambilla. . Vuoi ricevere ogni mattina le notizie di FocusRisparmio? Iscriviti alla newsletter! Registrati sul sito, entra nell’ area riservata e richiedila selezionando la voce ‘Voglio ricevere la newsletter’ nella sezione ‘I MIEI SERVIZI’.

FONTE: ttps://www.focusrisparmio.com

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