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Caviro (vini) e l’ economia circolare: come e perché le cicogne sono tornate nel cielo di Romagna

Per due lunghe settimane ha calamitato l' attenzione del mondo intero. Poi sul cambiamento climatico, tema dominante del recente Cop26 di Glasgow, è caduto il silenzio. Questione sopravvalutata? O accordo negletto per i pesanti distinguo nel
Per due lunghe settimane ha calamitato l' attenzione del mondo intero. Poi sul cambiamento climatico, tema dominante del recente Cop26 di Glasgow, è caduto il silenzio. Questione sopravvalutata? O accordo negletto per i pesanti distinguo nel

Per due lunghe settimane ha calamitato l’ attenzione del mondo intero. Poi sul cambiamento climatico, tema dominante del recente Cop26 di Glasgow, è caduto il silenzio. Questione sopravvalutata? O accordo negletto per i pesanti distinguo nel testo finale? Certo, non è stata una passeggiata discutere tra 197 paesi di decarbonizzazione, desertificazione, deforestazione, riscaldamento climatico . Buone intenzioni, ma anche proposte finite in un cul-de-sac . Tra queste il dibatto sull’ economia circolare che fa dei residui di lavorazione e scarti agroindustriali nuove materie prime da trasformare. Di cui si ha notizia di investimenti virtuosi in ambito privato. . Dall’ uva alla terra, con zero scarti ed energia pulita Un esempio di economia circolare tutto italiano porta la firma del gruppo cooperativo Caviro di Forlì-Faenza, un gigante della filiera vitivinicola e tra i primi ad adottare il bilancio di sostenibilità, facendo proprio il dettato Onu di Agenda 2030 in materia di sicurezza e benessere delle persone e sviluppo ecosostenibile. “Dalla terra alla terra”, si vantano di poter dire a ragione i signori della più complessa macchina da vino made in Italy, talché il suo fare impresa articolato su più versanti ruota tutt’ intorno al ben noto marchio Tavernello: vini fatti a regola d’ arte, onesti in contenuto e prezzo, e immagine legata a un nuovo modo e costume di comunicare, vendere e consumare vino. Requisiti che ne hanno fatto numero uno di mercato e che inorgogliscono il presidente del gruppo Carlo Dalmonte che, a domanda di TerraNostra su come opera Caviro, risponde: “Siamo una cooperativa e come tale operiamo per dare valore alle produzioni dei nostri soci e ai soci dei nostri soci, che è quella principalmente di produrre vino e suoi derivati. Con la consapevolezza di preservare nel tempo le risorse naturali a tutela del territorio, dell’ ambiente e delle future generazioni”. Un modus operandi che ha favorito a diversificare la base produttiva del gruppo, inanellando aziende su aziende – Caviro, Caviro Extra, Enomondo per citare le più rappresentative – aventi attività e competenze specifiche, ma necessariamente connesse tra loro. Dove l’ inizio e la fine sono un tutt’ uno. . Ricavi al top con il disinfettante per le mani antiCovid-19 Dalla terra all’ uva che diventa vino. Attività all’ origine di tutto, la cui gestione semplificata evidenzia ricavi per il 69% del consolidato 2020, pari a 362 milioni di euro. In aumento del 10% sul 2019. Quindi, altri cespiti nobili affidati a Caviro Extra, controllata al 100% dalla capogruppo, che provvede a trasformarli in alcool, estratti, acido tartarico naturale, polifenoli, enocianine e il comune disinfettante per le mani a base alcolica diventato, nell’ anno nefasto della pandemia sanitaria, un bene assai ricercato. Fenomeno che ha reso la Srl faentina quale maggior produttore nazionale, con giro d’ affari impennatosi a oltre 100 milioni di euro, dai 70 dell’ anno prima. Infine, i cosiddetti scarti riferiti a vinacce, fecce, vinaccioli, sfalci d’ erba, residui da industrie alimentari che proprio da scartare non sono. Anzi, nello stabilimento di Faenza li trattano come pregiate materie prime, da cui la società Enomondo – ultima nata in partecipazione con il gruppo Hera di Bologna, quotato a Piazza Affari -, estrae fertilizzanti per l’ agricoltura, produce energia termica ed elettrica, cattura Co2. E, per dirla con il presidente Dalmonte, fa quant’ altro serva a “perpetuare l’ impresa nel suo insieme, garantendo un ambiente salubre e pulito”. Talmente vivibile che nel cielo di Romagna le cicogne sono tornate a mettere casa, nidificando proprio sui camini dell’ impianto industriale. Stupefacente vederle volteggiare con le loro grandi ali spiegate, seguire percorsi ascensionali sfruttando flussi di aria calda per poi compiere tuffi repentini proprio sopra i mastodontici accumuli di vinacce e serbatoi giganti dove si processano residui vegetali (555mila tonnellate in 12 mesi) trasformati in ettanidri, bioetanolo, biocarburanti, energia elettrica. Tutto in quantità ragguardevole, tale da assicurare l’ autosufficienza energetica al gruppo, che ne assorbe il 40% del prodotto. E cedere l’ altro 60% alle reti elettriche nazionali. . Tavernello, tappo bio per il vino tra i primi dieci più venduti al mondo Trenta soci, 27 cantine sociali, 567 dipendenti di cui 50 enologi, 12.400 viticoltori, 36mila ettari di vigneti da sette regioni, pari al 5% del totale nazionale, Caviro nasce in Romagna a metà degli anni 60 del ‘900. Ma è nei primi anni 80, con la fusione di due modeste cooperative di Faenza e Forlì, che la nuova compagine intuisce di poter fare molto, ma molto di più. Consapevolezza che porta all’ allargamento della base sociale di cantine in Abruzzo, Marche, Toscana, Puglia, Sicilia, Veneto e al lancio di Tavernello: un diminutivo dall’ aria buona per vini da tavola senza difetti e in confezione brik Tetra Pak, ovvero il cartone poliaccoppiato dai costi e prezzi gestionali decisamente competitivi. Allora, qualcuno nel Belpaese di Enotria ebbe a storcere il naso, ma il successo del Tavernello fu tale da fare impallidire anche i più riottosi. Tanto da scalare in breve tempo le classifiche italiana e internazionali e, grazie anche a un accorto piano di ampliamento della gamma di vini varietali, regionali, Igt, Doc, occupare un poso fisso tra i primi dieci singoli marchi di vini più venduti al mondo. Un primato che dura tuttora, fatto di vendite dichiarate dal gruppo per 80 milioni di bottiglie e 150 milioni di brik. Sui quali a breve verranno applicati tappi biodegradali messi a punto dalla multinazionale svedese. Numeri da capogiro che diventano comprensibili mettendo piede nel mastodontico impianto automatizzato di 170mila metri2, di cui 30mila coperti alle porte di Forlì, dove è facile perdersi tra serbatoi e cisterne che alimentano in continuo ben 11 linee di imbottigliamento. Da cui partono decine di Tir al giorno per consegne da fare in mezzo mondo. “Solo in Italia – puntualizza il direttore generale del gruppo SimonPietro Felice – sono sette milioni le famiglie che consumano abitualmente Tavernello. Una settantina i paesi dove esportiamo. Usiamo tutti i canali di distribuzione disponibili, e da poco anche la rete di Amazon Italia”. Un insieme di elementi che se nel 2020 hanno prodotto ricavi per 362 milioni di euro (27 di ebitda, 4,5 di utile netto) per l’ anno che va a finire si intravvede un traguardo più sostanzioso, a quota 400. Su questo però il dg Felice non si sbilancia. Preferisce essere pragmatico, mentre ci tiene a far sapere quanto singolare e avvincente sia la storia di Tavernello. “Singolare, perché tutto il progetto nasce in Caviro. Avvincente, perché se al nuovo e al meglio non c’ è limite, prima ancora è necessario avere idee chiare e determinazione nell’ investire in ricerca su ogni passaggio della filiera, dal prodotto alla comunicazione e quant’ altro serva per uno sviluppo sostenibile”. L’ economia circolare di Caviro evidentemente fa parte di questo bagaglio. . Le esclusive di “TerraNostra”; ( C -riproduzione riservata.

FONTE: https://nicoladantebasile.blog.ilsole24ore.com

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